Non Toccare quella Maniglia

Vapore denso come i rimorsi, carico di un’umidità asfissiante: i fantasmi di ogni notte si ripresentarono con le forme del fumo in cui ero immerso.

Ora era il tempo dello scontro estremo e il mostro era lì. Mi aspettava, nella nebbia immoto, ma pronto a reagire.

Ne scorsi l’unico spaventoso occhio, la cornea attraversata da inappellabili geroglifici creati da entità antiche con lo scopo di annientarmi, di inchiodarmi alla mia debolezza.

Avvertivo ancora il sapore aspro dell’ultima violenza subìta, tuttavia cercata, ma ormai volevo la soluzione finale, superfluo rimandare.

Inutile indugiare dietro quello scudo lattescente. Con ancora addosso il sapore aspro dell’ultima disfatta, mi liberai dalle gocce che scorrevano sul mio corpo nudo, rituale shiko prima dell’attacco supremo.

Aggredii il mostro con determinazione, calpestandolo violentemente. Schiacciato dal mio peso, l’occhio malefico roteò all’impazzata e il suo lamento metallico mi parve un urlo di resa: per un attimo, per un attimo appena, credetti di averlo sconfitto.

Trattenni l’epa per meglio fissarne l’occhio ancora tremolante tra i miei piedi: in quel momento mi resi conto che non ero dimagrito nemmeno di un etto.

Chiusi il miscelatore della doccia, indossai l’accappatoio, andai in cucina, afferrai la maniglia: il buio morente che inondava la casa fu squarciato dalla luce del frigo aperto e dalle sue promesse. Affanculo la dieta.